Le braci

Armando Marzocchi (NOVITA’)

CopertinaMarzocchi_reduxMario Gandini racconta la storia di una vita, quella di Armando Marzocchi, segnata dalla scelta di entrare nella Resistenza nella primavera del 1944. Anche il fratello Antonio lo seguirà, ma dopo pochi mesi cadrà vittima in un’imboscata tedesca in località Bargellino di Tavernelle. Armando attenderà invano il rientro del fratello, il cui cadavere intanto veniva sfregiato e impiccato a un albero al trivio tra la Circonvallazione di San Giovanni in Persiceto e Via Bologna.
Terminata la guerra, il percorso iniziato da Armando come partigiano sfociò naturalmente nell’impegno politico, prima come consigliere comunale per il PCI (1946-1951), poi come sindaco di Persiceto in un ventennio cruciale (1951-1970), infine come consigliere e assessore provinciale (1972-1980). La sua figura di amministratore preparato e avvezzo al confronto merita oggi di essere ricordata da chi l’ha conosciuto e riscoperta dalle nuove generazioni. Al fratello Antonio è oggi dedicata una via di Persiceto.
Ad Armando, Mario Gandini dedica questo libro che ne ricostruisce la figura e la storia tramite ricordi, articoli e documenti inediti.

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Le braci

E té prélla!

lanzarini-cover-lowCon una prefazione di Anna Manfron e un contributo di Maria Grazia Bollini.
Revisione filologica e ortografica dei testi in bolognese di Roberto Serra.

Come si racconta una vita teatrale? Come dare a parole l’idea delle messinscene degli spettacoli, delle interpretazioni attoriali, delle emozioni suscitate sul pubblico?

«Un attore recita sull’acqua e non rimane niente di quello che fa» diceva Adriana Lanzarini quando le si chiedeva di raccontare di suo padre. Bruno Lanzarini (1902-1976) è stato uno dei migliori attori dialettali bolognesi. Nel 1949 costituì una propria compagnia che per 25 anni catalizzò i favori del pubblico petroniano. I suoi monologhi erano scanditi dal verso «E té prélla!» con cui dava il la agli applausi. Lanzarini fu anche caratterista in vari film a fianco di Totò, Walter Chiari e Titina De Filippo, e fu scelto da Giorgio Strehler per il Dottor Lombardi nell’Arlecchino servitore di due padroni, ruolo che lo portò a recitare in tutto il mondo dal 1959 al 1968 per 725 repliche. Nonostante l’intensa attività teatrale, Lanzarini non abbandonò mai a Bologna la propria officina di meccanica di precisione.

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Le braci

Era come a mietere

MIETERE - copertina - 11 2015_trcLe testimonianze dei soldati persicetani della prima guerra mondiale, pubblicate nel 1982 e ora riproposte alla lettura, fanno ormai parte – insieme a quelle dei tanti protagonisti di altri territori italiani che lentamente stanno emergendo – di un grande archivio della memoria, dove le cronache di un’orrenda tragedia sono affidate a chi più di ogni altro ha diritto di raccontarle.
Il recupero e la conservazione delle memorie dal basso, delle tessere più piccole e al contempo rivelatrici della grande storia, hanno ricevuto una ben scarsa attenzione anche nella vita dell’Italia democratica. Si è oscurata così una miriade di microstorie e di singoli drammi quotidiani vissuti collettivamente dai soldati, in favore di una visione trionfalistica della guerra e delle sue vittime. Le esperienze dirette di chi vi ha partecipato – come emerge in Era come a mietere – testimoniano invece il deterioramento morale e fisico, il dolore, la disperazione, la fame e la sete, le malattie, l’impreparazione e, talora, la cattiveria dei superiori, le esecuzioni sommarie, le insensate carneficine (con i fanti falciati come le spighe in un campo di grano).
Sono vicende, stati d’animo e sofferenze dei protagonisti della prima guerra mondiale che ancora oggi l’opinione pubblica largamente ignora, condizionata dalla retorica celebrativa e sulle quali gli stessi specialisti, utilizzando diari, lettere e memoriali hanno incominciato da poco a riflettere. Grazie a questo tipo di fonti storiche, si sono aperti nuovi orizzonti di ricerca, ad esempio sulle decine di migliaia di rinchiusi nei manicomi per i traumi subiti durante la guerra.
L’auspicio di Era come a mietere è di contribuire a rendere il centenario del primo conflitto mondiale l’occasione per costruire una memoria storica il più possibile completa e condivisa, basata su una coscienza critica solida, capace di riflettere sulle tante ragioni per cui fu orrore quella guerra.

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Cantico dei Cantici – Canta däl Canti

copertina-cantito-dei-cantici-03-2015_trcTraduzione in dialetto bolognese di Stefano Rovinetti Brazzi
Traduzione in italiano e commento di S. Em. Card. Gianfranco Ravasi
A cura di Aldo Jani Noè & Enrico Pagani

Poema sull’amore per eccellenza, anche se composto di soli 117 versi, il Cantico dei Cantici sfugge al tempo e continua a parlare a tutti i cuori a distanza di più di duemila anni. Parla anche tutte le lingue, come succede in questo volume che tenta l’inedita operazione di tradurre in dialetto bolognese un testo biblico, caposaldo della cultura ebraica e cristiana. Per dimostrare che anche lingue prive di una tradizione letteraria illustre, confinate in genere nel passato, nell’oralità e nel “quotidiano”, possono invece esprimere testi aulici. Ma anche un atto d’amore nei confronti del bolognese, sempre più sofferente ma da salvaguardare perché in grado di sorprenderci ancora con potenzialità espressive inesplorate.

L’idea di tradurre il Cantico dei Cantici in bolognese nasce dall’Associazione Alemanni e dal Club Diapason, che da anni a Bologna promuovono la lingua, la cultura e il teatro dialettale e che ora ci fanno conoscere il bolognese come lingua poetica, avvalendosi di importanti collaborazioni: l’introduzione e la traduzione dal greco in dialetto bolognese sono di Stefano Rovinetti Brazzi, studioso di lessicografia dialettale e filologia classica. La traduzione dall’ebraico in lingua italiana riporta la preziosa versione del Cardinale Gianfranco Ravasi, a cui si deve anche l’illuminante commento che chiude questo libro. Impreziosisce il volume la pubblicazione del ciclo degli oli di Marc Chagall ispirati al Cantico dei Cantici.

Una lettura per gli innamorati, per gli sposi, per coppie nuove o di lunga data, per chi si interroga sull’amore di Dio o per chi, più prosaicamente, è innamorato del dialetto bolognese. Perché l’amore contiene tutto.

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Il partigiano Dartagnan

Nonno Alberto ha 21 anni quando viene mandato in Russia con l’Armir, reparto Autocentro. Assiste personalmente ad atti atroci commessi dai nazisti anche nei confronti degli alleati italiani, soprattutto durante la ritirata. L’8 settembre è a Roma, dove aveva ripreso a lavorare come modellista per la produzione bellica; non accetta l’occupazione nazista e partecipa ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato a Persiceto, organizza alcune Sap (Squadra Armata Partigiana) e quindi, ormai sospettato di far parte della resistenza, gli viene imposto l’arruolamento tra i repubblichini di Salò. Alberto allora sceglie la montagna, entra a far parte della divisione Modena (brigata Garibaldi) del comandante Armando e diventa il partigiano Dartagnan.

Dartagnan racconta la sua storia in questo libro, un diario autobiografico che raccoglie le considerazioni, le emozioni, i desideri e i sogni di un ragazzo di 23 anni che credeva in un’Italia diversa da quella insegnata dalla scuola fascista, in valori migliori del canto della mitraglia.

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Il partigiano Dartagnan su Storify

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