Le braci

Cantico dei Cantici – Canta däl Canti

copertina-cantito-dei-cantici-03-2015_trcTraduzione in dialetto bolognese di Stefano Rovinetti Brazzi
Traduzione in italiano e commento di S. Em. Card. Gianfranco Ravasi
A cura di Aldo Jani Noè & Enrico Pagani

Poema sull’amore per eccellenza, anche se composto di soli 117 versi, il Cantico dei Cantici sfugge al tempo e continua a parlare a tutti i cuori a distanza di più di duemila anni. Parla anche tutte le lingue, come succede in questo volume che tenta l’inedita operazione di tradurre in dialetto bolognese un testo biblico, caposaldo della cultura ebraica e cristiana. Per dimostrare che anche lingue prive di una tradizione letteraria illustre, confinate in genere nel passato, nell’oralità e nel “quotidiano”, possono invece esprimere testi aulici. Ma anche un atto d’amore nei confronti del bolognese, sempre più sofferente ma da salvaguardare perché in grado di sorprenderci ancora con potenzialità espressive inesplorate.

L’idea di tradurre il Cantico dei Cantici in bolognese nasce dall’Associazione Alemanni e dal Club Diapason, che da anni a Bologna promuovono la lingua, la cultura e il teatro dialettale e che ora ci fanno conoscere il bolognese come lingua poetica, avvalendosi di importanti collaborazioni: l’introduzione e la traduzione dal greco in dialetto bolognese sono di Stefano Rovinetti Brazzi, studioso di lessicografia dialettale e filologia classica. La traduzione dall’ebraico in lingua italiana riporta la preziosa versione del Cardinale Gianfranco Ravasi, a cui si deve anche l’illuminante commento che chiude questo libro. Impreziosisce il volume la pubblicazione del ciclo degli oli di Marc Chagall ispirati al Cantico dei Cantici.

Una lettura per gli innamorati, per gli sposi, per coppie nuove o di lunga data, per chi si interroga sull’amore di Dio o per chi, più prosaicamente, è innamorato del dialetto bolognese. Perché l’amore contiene tutto.

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Il partigiano Dartagnan

Nonno Alberto ha 21 anni quando viene mandato in Russia con l’Armir, reparto Autocentro. Assiste personalmente ad atti atroci commessi dai nazisti anche nei confronti degli alleati italiani, soprattutto durante la ritirata. L’8 settembre è a Roma, dove aveva ripreso a lavorare come modellista per la produzione bellica; non accetta l’occupazione nazista e partecipa ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato a Persiceto, organizza alcune Sap (Squadra Armata Partigiana) e quindi, ormai sospettato di far parte della resistenza, gli viene imposto l’arruolamento tra i repubblichini di Salò. Alberto allora sceglie la montagna, entra a far parte della divisione Modena (brigata Garibaldi) del comandante Armando e diventa il partigiano Dartagnan.

Dartagnan racconta la sua storia in questo libro, un diario autobiografico che raccoglie le considerazioni, le emozioni, i desideri e i sogni di un ragazzo di 23 anni che credeva in un’Italia diversa da quella insegnata dalla scuola fascista, in valori migliori del canto della mitraglia.

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Quando “trano li taramoti”

Imprevedibile, violento, capace di scuotere una delle nostre poche certezze assolute: che la terra resti sempre ferma sotto ai nostri piedi. Più degli uragani, dei cicloni e delle epidemie, sin dall’antichità è il terremoto il fenomeno naturale in grado di mettere a nudo la fragilità dell’essere umano e la sua illusione di un dominio totale sulla natura. E tuttavia, “per esorcizzare la paura del terremoto, fin dalle origini ci si è rivolti al cielo con preghiere e scongiuri e, purtroppo, meno si è riflettuto su quelle che invece potevano essere le più efficaci misure pratiche di tipo preventivo da prendere; convinti, il più delle volte, che le scosse sismiche fossero da attribuire non a una normale dinamica evolutiva della Terra, bensì a una ineluttabile volontà divina punitiva”.

Dall’antica Grecia ai giorni nostri, Pierangelo Pancaldi e Alberto Tampellini ci conducono attraverso una ricerca storica appassionante, un viaggio nello spazio e nel tempo per conoscere quali spiegazioni, tra religione, scienza e interpretazioni popolari, sono state date al terremoto, come si è tentato di prevederlo e quali ripercussioni, materiali ed emotive, hanno subito i sopravvissuti nella loro stravolta vita quotidiana. E per rispondere all’angoscioso interrogativo riguardo alla vocazione sismica del nostro territorio, un excursus sui più significativi eventi del genere che, nei secoli, hanno colpito l’Emilia-Romagna e il Bolognese in particolare.

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Arte e fede nella parrocchia di Scanello

La parrocchia di Scanello, sull’Appennino bolognese, si presenta oggi come un’unità territorialmente composta dall’aggregazione di tre antiche comunità facenti capo alle chiese di San Giovanni Battista di Scanello, S. Martino di Quinzano – entrambe nel Comune di Loiano – e S. Maria Assunta di Gragnano, nel Comune di Monghidoro.
Lontana dalla città di Bologna, ma strategicamente al centro dei fiorenti flussi di transito e di traffico commerciale tra l’Emilia e la Toscana, dal Medioevo all’età moderna questa parte del territorio montano fu teatro di un intenso sviluppo demografico ed economico a cui presero parte anche alcune importanti famiglie bolognesi. Ma furono soprattutto la fede, la laboriosità e l’intraprendenza dei parroci e dei suoi parrocchiani a portare alla costruzione delle tre chiese della parrocchia di Scanello che formano l’oggetto di questo studio di Giuseppe Marinelli, che, sulla base di riscontri documentari per lo più inediti, ne delinea il profilo storico, dalla fondazione fino ai giorni nostri, inquadra le principali vicende costruttive e analizza le opere d’arte presenti in esse.
Un libro per conoscere, anche grazie all’ampio apparato fotografico, altri tesori dell’Italia ingiustamente definita “minore” e un eccezionale esempio di amore di una comunità per il suo territorio. Una mappa ideale, dedicata a quanti proveranno la curiosità di fare visita a questi luoghi e agli abitanti di Scanello, perché, come scrive don Angelo Baldassarri nella sua Prefazione, “siamo entrati tante volte nelle nostre chiese, ma non ci siamo mai resi conto di quanta storia portassero dentro di sé”.

Contiene 36 Tavole a colori

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I 34 scheletri del Poggio

SECONDA EDIZIONE

La differenza fra una fossa comune e un cimitero è simile a quella che c’è fra una discarica e un archivio.

Qui è ricostruita la storia dei “34 scheletri” del Poggio, sepolti in un antico cimitero di cui non si aveva notizia, riaffiorati casualmente in seguito a un’aratura profonda e recuperati nel corso del mese di ottobre del 1962. Il cimitero, formato da due file parallele di sepolture orientate a est e disposte ordinatamente, fu definito in modo sbrigativo “fossa comune”. Niente autorizzava a pensare che quei resti appartenessero alle vittime di qualche strage avvenuta nel dopoguerra e che ci si trovasse di fronte a un fatto criminoso, ma la “notizia” di una strage mai avvenuta, costruita dal parroco e dall’Avvenire d’Italia, esistette e diventò Storia.
Di chi erano i resti di quelle “povere vittime” di cui don Guido Franzoni si appropriò con tanta passione? Erano uomini, donne e bambini vissuti più di mille anni fa, che i partigiani, dopo averli barbaramente trucidati, avevano occultato, contravvenendo all’articolo 340 del Testo Unico di Legge di Pubblica Sicurezza del 1934. E perché i partigiani avevano seppellito anche una testa di cavallo?

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