Il rancore non dimentica

scaffalidariscrivere.blogspot.it – 2 marzo 2016

[Recensione] Il rancore non dimentica di Luca Russo

“È ora di mettere mano al destino e di correggere qualche dettaglio, evidentemente sfuggito, a chi di questo mondo tira le fila. Se questo qualcuno esiste. L’artefice del tuo destino sarò io. Il mondo, invece, spettatore.”

 

 

 

Il libro
Titolo: Il rancore non dimentica
Autore: Luca Russo
Genere: Thriller
Casa editrice: Maglio editore 
Anno di pubblicazione: 2015

Trama

Aeroporto Marconi, Bologna. Roberto Tassi, giovane e aitante promoter pubblicitario, si ritrova una banconota da 10 euro con il nome e cognome di una sua vecchia fiamma. Incuriosito dalla coincidenza prova a telefonare alla ragazza, Rebecca Arlotti, con la speranza di un appuntamento, che non avrà mai luogo. Una serie di vittime, il cui destino è profeticamente marchiato su banconote da 10 euro, lasciano intendere all’ispettore di polizia, Davide Quarto, un modus operandi di un unico killer, che nel bolognese sta causando una lunga scia di morte. Ben presto la catena di omicidi diventa anche un’aperta sfida all’intero corpo di polizia, incapace di porre un freno alla carneficina e di risalire all’identità dell’assassino. In una serrata corsa contro il tempo, Davide Quarto tenterà di salvare più vite possibili, scontrandosi con il suo passato e un rancore che non dimentica.


La mia opinione 

Ho sempre pensato che gli elementi che devono caratterizzare un buon thriller siano due: la fondamentale suspence, che non deve mancare dall’inizio alla fine, insinuando non solo mille dubbi, ma soprattutto la curiosità di scoprire cosa succederà nelle pagine successive; e, secondo, ma non meno importante, un protagonista che deve entrare nel cuore dei lettori. Per quanto mi riguarda, “Il rancore non dimentica”, romanzo d’esordio di Luca Russo, ha rispettato a pieno queste due aspettative.
Siamo nell’agosto 2011 in un’afosa Bologna, dove, improvvisamente, si verificano una serie di omicidi, il cui collegamento sembra essere dato soltanto dal “biglietto da visita” del killer, una banconota da 10 euro con il nome della vittima, la data nella quale verrà uccisa e la modalità dell’omicidio. Davide Quarto è il “nostro” ispettore, che io ho soprannominato l’Harry Hole italiano e che non si può non amare sin dalle prime pagine. Davide è un poliziotto che, a prima vista, può sembrare arrogante e vittima della competizione che, necessariamente, caratterizza un po’ tutte le professioni. Ed infatti, all’interno della stazione di polizia, ha il suo “collega/nemico”, Paolo Dora, un personaggio apparentemente non troppo simpatico e un po’ misterioso.
In realtà, l’ispettore Quarto è un uomo che crede fermamente nella giustizia e vuole a tutti i costi proteggere Bologna e i suoi concittadini. L’amore per Bologna è una delle cose che ho apprezzato di più, perché trovo che sia una città che non si può non adorare dal primo momento in cui si varcano le famose Mura. E Luca Russo, bolognese che, come il protagonista del suo romanzo, ama tantissimo la sua città d’origine, è stato davvero bravo nel descriverla, tanto che se conoscete i posti citati vi sembrerà di accompagnare Davide nelle sue indagini, facendo tappa nei luoghi più o meno noti di questa meravigliosa città.
Ma Davide lo conosceremo in tutti i suoi aspetti: non solo nella vita professionale, ma anche in quella personale, con le difficoltà che accompagnano ogni uomo. La sua relazione con la bellissima Viola non lo aiuterà nel periodo delle indagini, anche perché il serial killer si rivelerà, in un certo senso, legato al protagonista. Il rancore (come dice lo stesso titolo) può crescere sempre di più fino a sfociare nella vendetta. E questo è uno degli aspetti fondamentali del romanzo, che farà sì che il serial killer, con il suo particolare modus operandi, diventerà un vero e proprio incubo per l’intero corpo di polizia e per Davide in particolare.
L’altro protagonista del romanzo, infatti, è sicuramente il “Killer delle due Torri” che, come ogni assassino che si rispetti, ha il suo soprannome coniato dai giornali e che, alla fine,  viene utilizzato anche dalla polizia. Sarà possibile, attraverso le sue riflessioni scritte in prima persona, scoprire il suo profilo psicologico e capire le motivazioni che lo spingono a compiere una vera e propria carneficina.
Per quanto riguarda lo stile, è sempre scorrevole e mai pesante. Persino le descrizioni della città (che sono le parti che spesso rischiano di annoiare di più) sono inserite nei punti giusti e permettono di immedesimarsi ancora meglio nella storia.                

Non voglio dire altro, perché altrimenti rischierei di rivelare troppo e togliervi il gusto di scoprire da soli il finale. Io vi consiglio di leggerlo e, soprattutto, vi assicuro che, una volta finito, vi ritroverete a sperare che Davide Quarto torni con una nuova indagine!

Cantico dei Cantici

il Resto del Carlino – Bologna 17 gennaio 2016

il resto del carlino 17 gen 16

E te prella

“E té prélla”, già in libreria

E te prella

il Ponte della Bionda – gennaio 2016

LanzariniRassegnaStampa-page-010

I 34 scheletri del Poggio

controcorrente.globalist.it – 13 dicembre 2015

Per la Procura l’indagine contro ignoti per strage a scopo di rapina e occultamento di cadavere è ancora aperta, e le ossa dei 34 scheletri del Poggio ancora sotto sequestro.

CARLO D’ADAMO
domenica 13 dicembre 2015 21:12

Per la Procura della Repubblica di Bologna l’indagine contro ignoti per il reato di strage a scopo di rapina e occultamento di cadavere è ancora aperta, e le cassettine di zinco con dentro le ossa dei 34 scheletri del Poggio sono ancora poste sotto sequestro.
Lo abbiamo appreso sabato 12 dicembre, a conclusione del lungo e interessante ciclo di conferenze “Longobardi e Bizantini” organizzato dall’Archivio di Stato di Modena in collaborazione con amministrazioni comunali, enti, musei, istituti universitari e la Sovrintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna.
Ad una precisa domanda: “Quando sarà possibile studiare gli scheletri ed effettuare uno scavo archeologico serio per verificare l’estensione della necropoli del Poggio?” hanno risposto Silvia Marvelli, direttrice del Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto, capofila del Sistema Museale dei Comuni Terre d’Acqua, Marco Marchesini, docente di Archeobotanica e Palinologia, ricercatore presso l’Università di Ferrara e ispettore onorario della Sovrintendenza, e Dimitri Tartari, assessore alla Cultura del Comune di Persiceto. Abbiamo così appreso che, nonostante la documentazione inviata dal museo, dal Comune e dalla Sovrintendenza alla Procura della Repubblica di Bologna per ottenere il dissequestro delle ossa, che attendono da 50 anni di essere esaminate con metodi scientifici, la Procura non ha ancora risposto.

Peccato che si sappia ormai da tre anni, da quando, cioè, sono giunti dall’istituto di datazione dell’Università di Lecce i risultati degli esami eseguiti con il radiocarbonio, che i 34 scheletri del Poggio furono tumulati in quel cimitero mille anni fa!
Del resto una testa di cavallo, seppellita ritualmente alla fine di una fila di scheletri, la disposizione ordinata dei defunti, l’estensione per circa ottanta metri della fila più lunga di tombe, escludevano fin dall’inizio l’ipotesi che quella fosse una fossa comune. Ci voleva solo l’ispirazione mistica di Don Franzoni, che organizzò solenni funerali con i reduci della Repubblica Sociale Italiana, e la colpevole sciatteria degli inquirenti, che non chiesero nemmeno la consulenza di un archeologo, per costruire la montatura di una “strage partigiana”. Per fortuna che il sindaco Armando Marzocchi (accusato dal parroco di conoscere i nomi delle povere vittime uccise dall’odio fraterno) era una persona civile, e si adoperò in ogni modo per smorzare i toni della polemica e ricondurre la discussione in ambito istituzionale, dedicando al caso degli scheletri del Poggio una seduta del Consiglio Comunale. Tutti i consiglieri, alla fine del dibattito, sottoscrissero un documento, approvato all’unanimità, nel quale si chiedeva agli inquirenti di approfondire le indagini e di comunicare all’Amministrazione Comunale l’esito delle perizie medico-legali sulle ossa, e si invitavano i cittadini che fossero a conoscenza di elementi utili alle indagini, a collaborare con gli inquirenti.
Le indagini si mossero invece a senso unico, in direzione della ricerca degli ignoti partigiani che si erano macchiati del reato di strage a scopo di rapina e di occultamento di cadavere, e le perizie medico-legali non furono mai esibite. Tre anni dopo giunse l’archiviazione “per esser rimasti ignoti gli autori del reato”, ma ormai su tutti i libri era scritta la storia della strage partigiana nelle “foibe” di San Giovanni in Persiceto.

Dal settembre 2012, grazie alla datazione con il radiocarbonio, si sa che quel reato ipotizzato è inesistente, e che i 34 scheletri del Poggio erano senza orologi e senza documenti semplicemente perché i Longobardi non avevano né orologi né carte identità. In quanto ai denti, non glieli avevano tolti i partigiani, ma forse le ruspe con cui gli inquirenti, senza nessuna delicatezza, avevano turbato il sonno millenario dei nostri antenati.
Se la Procura però non ha ancora dissequestrato gli scheletri, è segno che la ricerca degli ignoti assassini è ancora aperta.
Che si dia il caso, davvero storico, che i partigiani abbiano impiegato più di due secoli (fra il 900 e il 1160 dopo Cristo), per seppellire i Longobardi?

 

Pagina 3 di 3512345...102030...Ultima »