San Giovanni in Persiceto

Il Resto del Carlino – Bologna

E’ stata pubblicata una guida su Persiceto. Il testo si chiama ‘San Giovanni in Persiceto. Guida storico-artistica’ a cura di Monica Mazzacori e Pierangelo Pancaldi. «Ci siamo accorti – spiegano gli autori – che un paese cambia in fretta. Antichi edifici vengono restaurati e le ricerche svelano sempre nuovi dati».

Salariate dell'amore

Borgo Rotondo

Un libro di storia (e di storie) sulla prostituzione nell’ottocento

di Eleonora Grandi

Peccatrici sventurate, infelici scostumate, sciagurate. Clandestine, sospette, patentate. Meretrici incallite, puttane, addirittura puttanissime, come si legge su una carta d’archivio risalente al 1868, redatta da un solerte impiegato il cui compito era quello di registrare il numero delle prostitute presenti quell’anno a San Giovanni in Persiceto. Per il parroco erano emissari del demonio, per il generale seduttrici ammorbanti ma anche necessario passatempo per i soldati di stanza a Persiceto dopo la rivolta per la tassa sul macinato, per gli osti che avevano “la stanza per quelle donnette” una fonte di sicuro guadagno. Alla fine l’appellativo più gentile viene rivolto a queste donne nel titolo del volume: salariate dell’amore.

Salariate dell’amore. Storie e faccende di meretrici nell’Ottocento bolognese (Maglio Editore) è l’ultimo libro di Sara Accorsi e Anna Natali. Frutto di una paziente ricerca d’archivio su materiali risalenti alla seconda metà dell’Ottocento (1859-1893), rinvenuti da Anna Natali nell’Archivio storico di San Giovanni in Persiceto e nell’Archivio di Stato di Bologna, il libro indaga gli effetti dell’applicazione del «Regolamento sulla prostituzione» in territorio emiliano attraverso le storie di vita di donne e uomini che a vario titolo erano coinvolti in quell’affare. Dopo l’unificazione d’Italia una delle prime azioni di Cavour fu l’introduzione del Regolamento (esteso a Emilia, Piemonte, Liguria e Lombardia), per contenere la propagazione delle malattie veneree assai diffuse tra le truppe impegnate sui campi di battaglia e di cui le meretrici erano considerate le uniche responsabili. Pericolo per la morale, la salute e l’ordine pubblico, queste donne erano soggette a controlli coercitivi di tipo medico e poliziesco. Coloro che volevano esercitare legalmente “il mestiere” dovevano essere iscritte a un registro, che permetteva alla polizia e ai medici di effettuare incursioni nei postriboli, di sottoporre le donne a visite ginecologiche settimanali, e di trasferire nei sifilocomi le prostitute trovate infette.

Con l’articolo 10 del Regolamento i Direttori degli Uffici Sanitari furono obbligati a presentare una relazione annuale al ministero dettagliando i loro interventi: la prostituzione da “chiacchiera” divenne un sapere concreto di carattere politico-amministrativo, e si produsse quel carteggio nutrito (corrispondenze, moduli, ricevute, trascrizioni di verbali e di delibere, lettere di reclamo o di petizione, verbali di arresto o di traduzione in carcere, certificati medici e bolle di accettazione in ospedale, fogli statistici e comunicazioni anche personali di protesta, di dissenso di giustificazione), che sta alla base si questa ricerca. Nacque così la “pornografia” intesa come “scritto relativo alla prostituzione”, che passando di mano in mano ad agenti e ufficiali esponeva le donne e la loro intimità a letture sfacciate. Donne il cui comportamento non si adeguava al modello femminile tradizionale (straniere, disoccupate, donne povere, senza fissa dimora o trovate in luoghi sconvenienti) venivano arrestate con l’accusa di prostituzione clandestina anche in mancanza di prove. Il contatto con l’autorità era violento e discriminate, la visita ginecologica fatta senza il rispetto di misure igieniche minime, e il sifilocomio era organizzato come una prigione. Si agiva sulla donna ignorando completamente il cliente (“come se il contagio avvenisse all’insaputa dei soggetti coinvolti”, si lascia sfuggire il medico), mai oggetto di alcuna ispezione, mai ritenuto corresponsabile della trasmissione.

Scritto a quattro mani, Salariate dell’amore è diviso in due parti. La prima parte narrativa, di Sara Accorsi, dà vita con brio a undici personaggi realmente esistiti nella Persiceto dell’epoca. Reali sono le vicende raccontate, immaginato è il punto di vista di chi per varie ragioni era legato alle faccende del meretricio. Come la Luzi, prostituta dai tanti nomi e scandali, il dottore delle visite settimanali, Ugolini, il generale delle truppe alle prese con l’emergenza del contagio per i suoi soldati, la mammana impegnata a gestire gravidanze e a trovare collocazione ai nascituri. Nella seconda parte Anna Natali, dopo rapidi cenni alla storia della prostituzione che offrono al lettore una preziosa cornice di riferimento, si addentra nella disamina specifica della storia della prostituzione nell’Ottocento e nella provincia bolognese.

Conseguenza della miseria e dell’ignoranza e non frutto di una libera scelta (“con la tavola piena si fa presto a sparar giudizi!”, dice la vicina di casa), tramandata di madre in figlia e spesso di suocera in nuora, la prostituzione nell’Ottocento bolognese era un fenomeno drammatico e contraddittorio, perché contemporaneamente accettato e osteggiato dalle istituzioni pubbliche. Salariate dell’amore è un libro che svela una pagina segreta del nostro passato a un presente che, con le sue escort, le sue questure e i suoi festini, in storia continua a essere rimandato. Purtroppo.

Rassegna stampa

Borgo Rotondo

Partogenesi di una passione

di Gianluca Stanzani

Cosa fanno un’antropologa, un li­braio, uno storico dell’arte e un poeta dentro una libreria? Sembre­rebbe una di quelle barzellette del tipo: ci sono un italiano, un tede­sco, un francese e un inglese… ma questa non è una barzelletta. Un’antropologa, un libraio, uno sto­rico dell’arte e un poeta fanno un editore! Fanno un’impresa (ecce­zionale) al dispetto dei tiri d’aria. Fanno libri al dispetto della nume­rosa e agguerrita concorrenza. Fanno soprattutto gruppo e un’amalgama ben assortita, con l’entusiasmo del fare. Un entusia­smo e una passione che nel mondo del lavoro, delle piccole e medie imprese si trasforma non in porte sbattute in faccia, ma bensì nella più assoluta indifferenza. Una fero­ce indifferenza che scoraggerebbe anche il più saggio e quieto degli animi. E così si è costretti ad emi­grare, cercando fortune e riconosci­menti in terre straniere. Laddove un tempo emigravano braccianti, ope­rai, semplici manovali ora emigrano giovani menti, intellettuali non rico­nosciuti per i loro meriti. Così, men­tre giovani pakistani, cinesi, albane­si, marocchini o senegalesi emigra­no verso il nostro stivale, i giovani figli degli indigeni si ritrovano co­stretti con una valigia in mano, pena, l’essere additati come eterni bamboccioni, ben saldi nelle calde e accoglienti mura materne.

Ma se ci vuole coraggio nell’emi­grare in un paese non tuo, altret­tanto coraggio lo si deve riconosce­re verso chi decide di rimanere. Verso chi è cosciente dei propri so­gni, delle proprie speranze disilluse e a dispetto dei famosi “tiri d’aria”, decide di rimanere e resistere. Re­sistere anche a dispetto di una classe politica che sembra essersi scavata un abisso, tra sé e le gio­vani generazioni, tra sé e il futuro che incarnano questi giovani citta­dini. E sì è costretti ad arrangiarsi ed inventarsi un mestiere, a dispet­to di roboanti lauree nel cassetto, buone più per dare lustro ad una parete che per conquistarsi il pane quotidiano.

A dispetto delle Cassandre testé ci­tate, la Maglio Editore nasce so­prattutto dalla comune passione di Marco, io (Gianluca), Alex ed Eleo­nora verso il bene libro e ciò che esso incarna. Verso l’odore delle pagine fresche di stampa, come il profumo del pane appena sfornato. Verso una passione innata per la lettura e le buone narrazioni da sfo­gliare prima di dormire. Verso la passione anche dello scrivere, bi­nomio imprescindibile con il legge­re. Passioni ed amori che nessun cinico ed ironico politico, che sem­bra farsi un vanto della propria ignoranza, potrà mai distoglierci o mitigare.

Siamo giovani e non ci vergognia­mo di esserlo; non ci vergogniamo della nostra inesperienza gettata in un mondo, quello dell’editoria, che sembra più composto da grandi manager e capitalisti provvisti di Master in Marketing, che da ingenui lettori che ancora si stupiscono del­le buone storie, raccontate da un bravo narratore. Loro, i grandi, sop­pesano un fascio di carte e ne cal­colano gli ingenti profitti, noi, come piccoli artigiani di bottega, sfoglia­mo manoscritti e saggiamo chi di loro, può avere la costa abbastanza larga e robusta per diventare libro ed affrontare una moltitudine di tan­ti altri libri. Libri pronti a sgomitare in libreria, ad occhieggiare al lettore con mirabolanti slogan in frontespi­zio e allusive e abbacinanti immagi­ni di copertina. Molti, dopo essere stati colti da mani inesperte come da occhi ciechi su di una scansia di libreria, scattano feroci come gana­sce su quei poveri polsi e rilasciano al misero lettore, una violenta e ru­morosa pernacchia di scherno per l’aver “abboccato all’amo”. Come salmoni boccheggianti in attesa di essere agguantati e serviti, nelle prelibate pietanze di panzoni-editori dall’occhio lucido al lucro facile.

Ovvio, anche noi dovremo campare altrimenti questa bell’impresa, da qui a un anno, avrà vita breve, ma dispetto a molti “soloni” che si na­scondono dietro a slogan del tipo “democratizzazione culturale”, “stretegie di co-produzione”, “rivolu­zione editoriale”, col solo interesse di stordire l’aspirante autore e di fare il proprio interesse, con le ta­sche dell’ingenuo scrittore, noi, mettiamo in gioco prima di tutto la nostra faccia! Mettiamo in gioco la nostra serietà e sincerità nel disillu­dere chi ha gli strumenti ma non le basi dello scrivere. Potremo certa­mente con un buon editing miglio­rare un qualcosa di già solido e ben costruito, ma non potremo certa­mente trasformare gli sfoghi nevra­stenici scarabocchiati su qualche pagina di diario, in bestsellers da fama e quattrini.

Consapevoli di metter in gioco in­nanzitutto noi stessi, come ho sot­tolineato alla presentazione del no­stro primissimo libro, lo scorso 17 ottobre, vorrei che non si conside­rasse l’avvio di questa complessa e non semplice attività, come l’avviar­si di qualsiasi altra attività di stam­po prettamente privato perché nata dall’idea di un privato o di un grup­po di privati cittadini, ma vorrei che si facesse ben largo il concetto che una casa editrice è qualcosa d’al­tro. Una casa editrice incarna cultu­ra. La cultura, le tradizioni, le radici e le passioni di una collettività. E proprio per questo la Maglio Editore è innanzitutto patrimonio e valore dell’intera comunità persicetana.

Salariate dell'amore

Il Resto del Carlino – Bologna spettacoli

Una ricerca sulla prostituzione nelle campagne bolognesi

di Pierfrancesco Pacoda

Erano personaggi pubblici, costrette ai margini della società, ma ritenute necessarie nell’organizzazione della vita quotidiana. Le voci delle prostitute che nell’800 lavoravano nella campagna tra Bologna e San Giovanni in Persiceto sono state raccolte da Anna Natali e Sara Accorsi nel libro Salariate dell’Amore. Storie e faccende di meretrici nell’Ottocento bolognese (Maglio Editore). [...]

Il volume è diviso in due parti. Nella prima Sara Accorsi ‘fa parlare’ queste donne, proponendo una successione di bozzetti dove le ragazze si raccontano in prima persona utilizzando, con la parola, la tecnica del ‘docu-fiction’ oggi così di moda nel cinema. La lunga appendice di Anna Natali è invece un approfondimento storico sul ‘mestiere’ e sulla sua diffusione in città e provincia, frutto di una ricerca negli archivi per indagare sui rapporti delle questure e degli ospedali.

Signora Accorsi, come si è sviluppato il suo lavoro?«Sono partita dalla grande mole di materiale raccolto da Anna Natali e lo ho rielaborato, romanzandolo, ma basandomi sempre su notizie reali. Veri sono i nomi delle prostitute, i loro percorsi umani. Sono monologhi che danno voce alle varie tipologie che si incontravano nella piazza in quell’epoca. Dal medico all’infermiera, dalla vicina di casa alla moglie del segretario comunale: tutti quelli che con le ragazze avevano occasione di contatto. In un arco di tempo che va dall’Unità d’Italia sino alla fine dell’800, il periodo nel quale viene definita una prima normativa per regolamentare il fenomeno».

Quale l’area geografica presa in considerazione? «Quella che da San Giovanni in Persiceto porta a Bologna. Le prostitute, anche in un’area così ristretta, erano soggette a continue migrazioni. E se erano malate si recavano, da tutta la provincia, al nosocomio di Bologna. La loro non era certo una esistenza stabile».

Quali le scoperte più interessanti? «I problemi erano, allora come adesso, legati alla clandestinità e quello della regolamentazione. In molti paesi della provincia non esistevano case d’appuntamento e le ragazze esercitavano nelle loro abitazioni, previa registrazione in Comune, e rilascio di una ‘patente’, che significava dover versare i contributi e sottoporsi alle visite mediche due volte a settimana. Il vero allarme sociale era costituito dalla presenza delle lavoratrici clandestine, che sfuggivano ai controlli. Ed erano le responsabili principali, ad esempio, della diffusione delle malattie veneree tra le truppe. Come oggi, la questione morale, era rappresentata dalle ragazze e non dai clienti, dei quali non c’è alcuna traccia nei pur ingenti documenti che abbiamo studiato E infatti della tipologia maschile che si recava da loro, a parte la grande presenza dei soldati, non sappiamo ancora nulla».

San Giovanni in Persiceto

Strada Maestra

di Alberto Tampellini

[...] la guida di M. Mazzacori e P. Pancaldi, per la sua completezza e praticità d’impiego, si propone attualmente come lo strumento più idoneo per un approccio rapido ma qualificato alle tematiche della storia e del patrimonio architettonico-artistico persicetani.

[...] si rivela la più completa e dettagliata e la più ricca di notizie su San Giovanni in Persiceto e il suo territorio, al quale è specificamente dedicata. Ne risulta quindi, grazie soprattutto ad una seria opera di documentazione preliminare, un quadro ampio e articolato che viene ulteriormente valorizzato da un adeguato apparato iconografico, prevalentemente a colori, e dalla praticità del formato tascabile. Inoltre, vengono fornite notizie sugli oratorî sparsi nella campagna e sono presenti, in aggiunta alle note storiche iniziali, ampi cenni sui Persicetani illustri, sulla gastronomia locale, sulle feste e le tradizioni e sull’ambiente. E non mancano neppure informazioni pratiche per il potenziale visitatore, un’utile bibliografia orientativa per chi vuole approfondire e un comodo indice analitico. È indubbiamente un’opera che viene a colmare un vuoto.

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